lunedì 23 agosto 2010

Attanti e personaggi

Una storia ha origine dal momento in cui un personaggio desidera un oggetto di valore. "Personaggio" può indicare non solo una figura generica (come l'eroe, l'antagonista ecc.) ma anche un vero e proprio "individuo letterario". Ad esempio, Harry Potter è un individuo letterario ed è il personaggio principale dell'omonimo romanzo. Si deve, però, evitare di confondere i personaggi con gli "attanti", termine introdotto da Algirdas Julien Greimas, linguista e semiologo collaboratore di Roland Barthes.
Gli attanti non sono attori e non sono nemmeno personaggi, sono ruoli narrativi, posizioni mutuamente definite che rimangono stabili indipendentemente dalle figure concrete che le occupano.
Una principessa è un ruolo narrativo, un cavaliere anche, un attaccante (un attante) in un campo da calcio (nel testo narrativo) occupa un ruolo (narrativo) indipendentemente dalla persona (il personaggio) che lo occupa/interpreta.
Secondo Greimas esistono sei attanti: il Soggetto, l’Oggetto, il Destinante, il Destinatario, l’Aiutante e l’Opponente o anti-Soggetto. Il Soggetto lotta per conquistare qualcosa di valore, l’Oggetto, che il Destinante glielo presenta come desiderabile per il suo Bene, mentre l’Opponente ha il compito di contrastare il ricongiungimento tra il Soggetto e l’Oggetto. L’Aiutante sarà colui che aiuterà il Soggetto a portare a termine il suo compito (congiungersi con l’Oggetto).
Nel mito dell’Eden, Adamo ed Eva (Soggetto) mangiano la mela (Oggetto) perché il serpente (Destinante) l’ha mostrata loro (Destinatari) come qualcosa di desiderabile. Soggetto e Destinatario qui coincidono.
Il Destinante, tuttavia, non deve avere per forza una funzione esplicita, ma può avere un ruolo implicito (nel caso di un comportamento sociale comune che porta alla reazione del Soggetto).
Un’interpretazione troppo rigida di questi ed altri assunti teorici, però, ci porta a credere che per scrivere una buona storia sia necessario disporre le azioni in successione, trovare qualcuno che le svolge (gli attanti) senza curarsi del personaggio, chi effettivamente le compie. Manca un elemento: l’umanità, ciò che ci fa identificare con il personaggio e amarlo. Lo scrittore non vuole comunicare le sue emozioni, ma ci aiuta a riprendere il nostro dramma attraverso situazioni, eventi che coinvolgono un personaggio e immedesima il lettore nella storia da lui scritta. Sono gli attori con il loro carattere a muovere la storia, non gli attanti che rimangono semplici ruoli narrativi e che sono uguali per ogni vicenda. La credibilità di una storia nasce dalla caratterizzazione dei personaggi, dalle sue decisioni, dal modo in cui vive gli eventi, dai suoi comportamenti.

L’originalità e la credibilità di una storia dipende dai personaggi. Legare le azioni della trama al carattere dei personaggi diventa un requisito fondamentale: anche il personaggio più semplice deve avere un proprio carattere, una propria psicologia, un proprio vissuto interiore che ne spiega l’agire. Purtroppo, la narratologia non ha strumenti per indagare in questo campo e dare indicazioni ai narratori, perché si occupa delle forme e dei modi di rappresentazione; per gli approfondimenti in questo ambito il tema è affrontato in una sterminata bibliografia dalla critica letteraria e psicanalitica in generale.

Poiché la narrazione è frutto di convenzioni sociali, noteremo che il protagonista vive e agisce nel suo modo di vedere il mondo che s’incarna in azioni e parole; a motivare tali azioni è l’organizzazione sociale, frutto di repliche o metamorfosi di quella reale, anche in scenari fantastici.
Nel momento in cui diamo vita ad una storia siamo chiamati a tener conto delle azioni dei personaggi che si muovono all’interno della società che vivono. Gli attanti rivestono ruoli (anche) sociali degli attori che interpretano quei ruoli: il personaggio, però, non è sempre costretto a rimanere negli schemi sociali, può riconoscere proprie posizioni e può muoversi, è libero di agire, qualora non fosse ambientato nel medioevo dove ogni pecca contro la sovranità è scontata con la ghigliottina... Il personaggio esprime la propria appartenenza sociale attraverso ciò che dice, attraverso le parole e gli stili discorsivi. Il romanzo, infatti, è pluridiscorsivo, poiché non esiste un’unica lingua, un unico registro linguistico che è quello dell’autore; ogni personaggio ha diritto ad esprimersi con la lingua che psicologicamente e socialmente lo caratterizza meglio.

Leggere significa dare “corpo e anima”, volto e personalità ai nomi delle pagine. Almeno in teoria... in pratica ci stanno nomi destinati a rimanere voci dell’elenco telefonico di una storia sconosciuta, senza personalità, senza identità. Dunque, come scrivere di un personaggio dotato di una propria identità?
Si può rispondere approssimativamente (poiché sono tante le risposte al quesito) affermando che il personaggio è una pura connotazione linguistica. Infatti, il personaggio viene costruito attraverso ciò che dice, ciò che fa, attraverso la lingua che parla. Poiché il nostro personaggio non ha corpo, è fatto di puro pensiero e di parola, occorre che questa parola sia riconoscibile e collocabile all’interno della società reale; ma non si deve confondere la connotazione linguistica che dà identità al personaggio con il registro linguistico proprio del suo status sociale... qui si parla di connotazione linguistica, quindi di sfumature.

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