Una storia ha origine dal momento in cui un personaggio desidera un
oggetto di valore. "Personaggio" può indicare non solo una figura
generica (come l'eroe, l'antagonista ecc.) ma anche un vero e proprio
"individuo letterario". Ad esempio, Harry Potter è un individuo
letterario ed è il personaggio principale dell'omonimo romanzo. Si deve,
però, evitare di confondere i personaggi con gli "attanti", termine
introdotto da Algirdas Julien Greimas, linguista e semiologo
collaboratore di Roland Barthes.
Gli attanti non sono attori e non
sono nemmeno personaggi, sono ruoli narrativi, posizioni mutuamente
definite che rimangono stabili indipendentemente dalle figure concrete
che le occupano.
Una principessa è un ruolo narrativo, un cavaliere
anche, un attaccante (un attante) in un campo da calcio (nel testo
narrativo) occupa un ruolo (narrativo) indipendentemente dalla persona
(il personaggio) che lo occupa/interpreta.
Secondo Greimas esistono
sei attanti: il Soggetto, l’Oggetto, il Destinante, il Destinatario,
l’Aiutante e l’Opponente o anti-Soggetto. Il Soggetto lotta per
conquistare qualcosa di valore, l’Oggetto, che il Destinante glielo
presenta come desiderabile per il suo Bene, mentre l’Opponente ha il
compito di contrastare il ricongiungimento tra il Soggetto e l’Oggetto.
L’Aiutante sarà colui che aiuterà il Soggetto a portare a termine il suo
compito (congiungersi con l’Oggetto).
Nel mito dell’Eden, Adamo ed
Eva (Soggetto) mangiano la mela (Oggetto) perché il serpente
(Destinante) l’ha mostrata loro (Destinatari) come qualcosa di
desiderabile. Soggetto e Destinatario qui coincidono.
Il Destinante,
tuttavia, non deve avere per forza una funzione esplicita, ma può avere
un ruolo implicito (nel caso di un comportamento sociale comune che
porta alla reazione del Soggetto).
Un’interpretazione troppo rigida
di questi ed altri assunti teorici, però, ci porta a credere che per
scrivere una buona storia sia necessario disporre le azioni in
successione, trovare qualcuno che le svolge (gli attanti) senza curarsi
del personaggio, chi effettivamente le compie. Manca un elemento:
l’umanità, ciò che ci fa identificare con il personaggio e amarlo. Lo
scrittore non vuole comunicare le sue emozioni, ma ci aiuta a riprendere
il nostro dramma attraverso situazioni, eventi che coinvolgono un
personaggio e immedesima il lettore nella storia da lui scritta. Sono
gli attori con il loro carattere a muovere la storia, non gli attanti
che rimangono semplici ruoli narrativi e che sono uguali per ogni
vicenda. La credibilità di una storia nasce dalla caratterizzazione dei
personaggi, dalle sue decisioni, dal modo in cui vive gli eventi, dai
suoi comportamenti.
L’originalità e la credibilità di una storia
dipende dai personaggi. Legare le azioni della trama al carattere dei
personaggi diventa un requisito fondamentale: anche il personaggio più
semplice deve avere un proprio carattere, una propria psicologia, un
proprio vissuto interiore che ne spiega l’agire. Purtroppo, la
narratologia non ha strumenti per indagare in questo campo e dare
indicazioni ai narratori, perché si occupa delle forme e dei modi di
rappresentazione; per gli approfondimenti in questo ambito il tema è
affrontato in una sterminata bibliografia dalla critica letteraria e
psicanalitica in generale.
Poiché la narrazione è frutto di
convenzioni sociali, noteremo che il protagonista vive e agisce nel suo
modo di vedere il mondo che s’incarna in azioni e parole; a motivare
tali azioni è l’organizzazione sociale, frutto di repliche o metamorfosi
di quella reale, anche in scenari fantastici.
Nel momento in cui
diamo vita ad una storia siamo chiamati a tener conto delle azioni dei
personaggi che si muovono all’interno della società che vivono. Gli
attanti rivestono ruoli (anche) sociali degli attori che interpretano
quei ruoli: il personaggio, però, non è sempre costretto a rimanere
negli schemi sociali, può riconoscere proprie posizioni e può muoversi, è
libero di agire, qualora non fosse ambientato nel medioevo dove ogni
pecca contro la sovranità è scontata con la ghigliottina... Il
personaggio esprime la propria appartenenza sociale attraverso ciò che
dice, attraverso le parole e gli stili discorsivi. Il romanzo, infatti, è
pluridiscorsivo, poiché non esiste un’unica lingua, un unico
registro linguistico che è quello dell’autore; ogni personaggio ha
diritto ad esprimersi con la lingua che psicologicamente e socialmente
lo caratterizza meglio.
Leggere significa dare “corpo e anima”,
volto e personalità ai nomi delle pagine. Almeno in teoria... in pratica
ci stanno nomi destinati a rimanere voci dell’elenco telefonico di una
storia sconosciuta, senza personalità, senza identità. Dunque, come
scrivere di un personaggio dotato di una propria identità?
Si può
rispondere approssimativamente (poiché sono tante le risposte al
quesito) affermando che il personaggio è una pura connotazione
linguistica. Infatti, il personaggio viene costruito attraverso ciò che
dice, ciò che fa, attraverso la lingua che parla. Poiché il nostro
personaggio non ha corpo, è fatto di puro pensiero e di parola, occorre
che questa parola sia riconoscibile e collocabile all’interno della
società reale; ma non si deve confondere la connotazione linguistica che
dà identità al personaggio con il registro linguistico proprio del suo
status sociale... qui si parla di connotazione linguistica, quindi di
sfumature.
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