La parola ritmo deriva da un verbo indoeuropeo arcaico rein, che significa scorrere - ne restano tracce nel nome torrente, ad esempio, e nell'inglese rain (pioggia).Succede, talvolta, che rileggendo un nostro scritto o quello altrui semplicemente non suona bene. E questo qualcosa che non quadra (ammesso che la trama della storia sia coinvolgente) è il ritmo della scrittura.
Infatti i racconti non hanno solo un corpo fisico, ma anche un loro
preciso movimento. Hanno frasi, periodi, paragrafi più o meno
articolati, un linguaggio, semplice o complesso, attraverso cui l'autore
comunica al lettore. Lo scrittore, quando decide di raccontare qualcosa
a qualcuno, deve scegliere accuratamente il "passo di danza" giusto,
pagina dopo pagina.
Un buon insegnante di narrazione insegna a rileggere ad alta voce, questo perché l'orecchio umano è lo strumento infallibile per misurare i più sottili squilibri di ritmo: non suona bene la parola fuori posto, la frase troppo lunga, la ripetizione, l'assonanza, tutto quello che esce fuori dal registro della nostra scrittura e disturba una lettura piacevole.
Gustave Flaubert
era uno scrittore capace di scrivere anche dodici ore di fila senza
interruzioni, ma non produceva nemmeno più di mezza pagina al giorno.
Per lui, la grande sfida di un autore era quella di riuscire a trovare a
ogni riga la parola giusta. A dirgli se una parola suonava bene era
l'orecchio, quando l'idea e la parola si trasformavano in armonia
musicale.
Per comprendere il concetto di ritmo in narrazione, la
rilettura è fondamentale. Ogni autore ha un proprio ritmo di narrazione:
c'è chi preferisce occuparsi prima della vicenda e poi torna indietro
per imprimere il ritmo giusto alla storia, chi, senza ritmo di base, non
mette penna sul foglio, chi lavora con un sottofondo musicale per
stabilire la musica delle sue pagine, e chi pretende l'assoluto silenzio
per non farsi sfuggire il movimento delle parole.
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